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Oggi giorno si sente spesso parlare di Burnout e, non solo in ambito accademico, sta diventando una terminologia sempre più frequente. Ma da dove proviene questo vocabolo?

ll termine Burnout appare originariamente nel 1974 con Fredeunberger e attualmente si conosce principalmente grazie agli studi di Maslach. Che cos’è esattamente il Burnout?

Maslach C., Schaufeli W. e Leiter M.P (2001) lo definiscono come: “Una risposta prolungata a fattori cronici di stress sul lavoro interpersonali ed emotivi, ed è definito dalle tre dimensioni dell'esaurimento, del cinismo e dell'efficacia”.

Maslach C. (1982) afferma che gli elementi più significativi del Burnout, comunemente concettualizzato come una sindrome multidimensionale, sono tre:

  1. la stanchezza emotiva (S.E.), caratterizzata dalla progressiva perdita di energia, usura, esaurimento, affaticamento, ecc.;
  2. la depersonalizzazione (DP) manifestata da un cambiamento negativo negli atteggiamenti e nelle risposte verso gli altri con irritabilità e perdita di motivazione verso il lavoro;
  3. l’incompetenza personale o mancanza di realizzazione personale (MRP) con risposte negative verso se stessi e verso il lavoro (Citato in Atance Martinez, 1997).

Negli ultimi anni abbiamo potuto vedere un aumento di studi scientifici su questo argomento. Demerouti et al. (2000) considera che l’incremento nella ricerca sul burnout in ambito sanitario sia dovuto alla natura intensa del loro contatto con i pazienti (Citato in Kent P., e Judy F.L., 2007). I professionisti sanitari sono in continuo contatto con i malati, in condizione disagiate o di precarietà e gli vengono richieste consolidate competenze tecniche nonché buona capacità comunicativa.

Avere a che fare con i malati è sempre difficile. Il personale che si occupa di cure palliative, soprattutto chi lo fa in ambito domiciliare, è esposto continuamente alla sofferenza e alla morte delle persone che assiste. L’ investimento affettivo dei professionisti sanitari è molto elevato e le emozioni e i sentimenti personali sono indubbiamente presenti durante l’accompagnamento alla morte dei propri pazienti . È logico quindi affermare che queste emozioni così intense siano una fonte di stress per il personale sanitario che si può sentire in colpa o insicuro delle proprie competenze. 

Le persone con un’esperienza minore hanno una probabilità maggiore di soffrire di stanchezza emotiva dovuta alle continue richieste emotive delle nuove situazioni o di situazioni non previste. È qua che appare la depersonalizzazione come meccanismo di distanza della propria persona da un lavoro emotivamente drenante (Leiter, 1993). 

Questo, sommato ad un contesto di lavoro a domicilio, dove bisogna operare continuamente senza il supporto di superiori e colleghi, e al fatto di dover agire in spazi privi di apparecchiature sanitarie specialistiche, incrementa il rischio di insoddisfazione rendendolo più notevole (Volante, S. et al., 2009).

Cosa fa Medicasa per prevenire queste situazioni?

Nonostante la maggior parte del personale sanitario si sia formato durante il periodo universitario in determinate abilità come la comunicazione efficace e l’empatia, a volte i collaboratori hanno una certa difficoltà nell'usare queste conoscenze per comunicare al datore di lavoro i problemi organizzativi relazionati con la loro mansione (Lapeña Moñux Y. R., Cibanal Juan. L., Pedraz Marcos A. e Macia Soler M. L., 2014). Medicasa lavora continuamente per abbattere le barriere comunicative tra i professionisti sanitari e l’organizzazione aziendale per migliorare la soddisfazione lavorativa.

Negli ultimi due anni Medicasa è stata partecipe di una rivoluzione digitale, adottando nuove metodologie e tool per organizzare e ottimizzare i carichi di lavoro del personale sanitario. Questi tool ci aiutano a gestire il numero di richieste prestazionali più velocemente e, contemporaneamente, ridurre lo stress del lavoratore evitando il sovraccarico di lavoro.

Oltre alla cura nella comunicazione e alla creazione di un ambiente di lavoro collaborativo, Medicasa concentra l’attenzione anche nella sicurezza dei propri lavoratori e organizza corsi di guida sicura, training e riunioni su tematiche di sicurezza con il team QHSE (Quality, Health, Safety, and Environment). In Medicasa crediamo che sentirsi parte di un’azienda sicura sia un punto di serenità per tutto il personale. 

Altri comportamenti adottati da Medicasa sono la programmazione di corsi di training in materie relazionate con la propria mansione, che vengono stipulati annualmente dalla Direzione Sanitaria, la valutazione delle prestazioni e dei bisogni formativi effettuate tramite i controlli qualità e gli incontri per le career interview e, infine, la valutazione delle esigenze di personale. Questi comportamenti non solo aiutano ad aumentare le competenze e la qualità con le quali il personale sanitario svolge il proprio lavoro, ma favorisce una diminuzione significativa del livello di stress sperimentato dalle persone riducendo così il rischio di sperimentare burnout. Sentendosi preparati ad affrontare le complesse situazioni che si possono vedere a domicilio, il professionista sarà in grado di capire le richieste e soddisfarle al meglio.

Le nostre iniziative sono avallate da parecchi studi, come quello di Cocco et al. (2003) e quello di Laschinger et al. (2001), che segnalano la formazione e la creazione di un ambiente di lavoro positivo e di supporto come una buona strategia per migliorare la soddisfazione lavorativa e il senso di realizzazione personale.

Altri studi, ad esempio quello di Frazier (2003), affermano che gli infermieri che trovano il proprio ambiente lavorativo come fonte di sostegno e positività mostrano una maggior soddisfazione con il proprio lavoro e la propria abilità di fornire un’assistenza di alta qualità (Citato in Roberts Kennedy B., 2005).

Cosa possiamo fare noi stessi?

Ci sono diverse attività che possono aiutare nella riduzione dello stress che possiamo mettere in pratica nella nostra vita quotidiana.

Ecco alcuni esempi:

  • Sonno: cerca di dormire almeno 7 ore per notte e mantieni ritmi regolari andando a dormire ogni giorno più o meno alla stessa ora.
  • Attività fisica: pratica regolarmente attività fisica, da solo o in compagnia. Questo allenta la tensione e scarica il nervosismo.
  • Bevande: limita o evita il consumo di bevande ricche di caffeina che possono innervosire e peggiorare i disturbi del sonno. Cambia ad esempio il consumo di queste bibite con camomilla, latte caldo e tisane.
  • Esercizi mindfulness di respirazione consapevole: per fare questi esercizi è necessario stare fermi (in piedi o da seduti) e concentrarsi sul proprio respiro per un minuto. Respira in cicli di circa 6 secondi inspirando attraverso il naso ed espirando dalla bocca liberandosi dei pensieri per un minuto.
  • Mindfulness nelle attività quotidiane: scegli un momento della giornata, ad esempio mentre sei sotto la doccia, e fai caso alle sensazioni, odori, colori e suoni. L’obiettivo è semplicemente portare la tua piena consapevolezza nel momento presente.
  • Esercizi di apprezzamento: per portare a termine questa attività bisogna scegliere cinque cose della tua giornata alle quali normalmente non avresti dato peso. Queste cose possono essere oggetti o persone. L’obiettivo di questo esercizio è apprezzare le cose che normalmente riteniamo insignificanti nella vita ma che sostengono la nostra esistenza.

E’ importante prendersi un momento per pensare a noi stessi e non cadere nell’errore di sottovalutare le proprie sensazioni ed emozioni.

Dottoressa Maria Garcia Megias